OCCM

Occhio: mi hai chiamato?
Cuore: sì
Occhio: che c’è?
Cuore: ho bisogno di vederla
Occhio: no
Cuore: dài ti prego, un secondo solo
Occhio: ho detto di no!
Cuore: ma cazzo!
Cazzo: sì?
Cuore: no scusa Cazzo, tu non c’entri
Occhio: insomma…
Cazzo: scusate, se non c’è bisogno di me, mi ritirerei
Cuore: vai, vai pure
Cazzo: va bene ciao
Cuore: dài Occhio, fammela vedere un attimo, sii buono
Occhio: Cuore lo sai che poi duoli
Cuore: dolgo?
Occhio: duoli
Cuore: hai ragione
Occhio: un porno?
Cuore: ok
Occhio: Mano?
Mano: eh?
Occhio: chiama Cazzo
Mano: ok

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Anna

Odiava attirare l’attenzione
si faceva muro davanti al muro
lavagna davanti alla lavagna
poteva farsi albero nella foresta
e nel prato erba
sabbia davanti al mare
cemento, fumo, folla
dentro la città.

Dovessi immaginarla lettera
sceglierei l’h
così invisibile
ed essenziale
pensassi a un elemento
l’aria
il vento.

Parlava a bassa voce
così bassa che spesso
la scherzavo, dicevo
dovrò imparare a leggere le labbra con te.
Le labbra.

Parlava a bassa voce ma ascoltava
perché ne conosceva l’importanza.

Aveva un nome corto
palindromo e morbido.

Mutava di natura
solo alle feste danzanti
iniziava a ballare
e ballare
e ballare
e ballare
ed era una meraviglia
mettersi in disparte
accendersene una
e stare lì a guardare.

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Viaggi nel tempo

Una cosa che amo
delle poesie d’amore
è che sopravvivono
alle storie d’amore
un po’ come le foto
io mai fatto foto
io per lo più
quasi solo poesie d’amore
che le poesie d’amore
è un po’ come le foto
apri il cassetto
e la trovi
e la guardi
è la foto della ragazza che amavi
ricordi
l’avevi fotografata tu
quella volta
tu che non fai mai foto
e quella foto ti era riuscita particolarmente bene
e ti eri dimenticato di avere fatto quella foto
dove lei è particolarmente bella
e voi eravate particolarmente contenti quel giorno lì
e tu sospiri
fai dei sospiri che non sembrano sospiri
sembra un attacco d’asma
e a un certo punto
cade una goccia sulla foto
cade una goccia sul suo viso
e tu alzi lo sguardo al cielo
ma non piove
la goccia l’hai creata tu
è fuori uscita dai tuoi occhi
e si è lanciata
in caduta libera sul viso della tua ragazza in foto
che non è più la tua ragazza
forse è la ragazza di qualcuno
ma non tua
e quel qualcuno
in questo momento
la sta fotografando forse
o peggio
le sta scrivendo una poesia d’amore
speriamo di no
e comunque
se le sta scrivendo una poesia d’amore
sarà sicuramente
una poesia d’amore bruttissima
e in ogni caso
rileggere una poesia d’amore
che hai scritto
per la ragazza che amavi
è come fare un viaggio nel tempo
indietro
può essere un bel viaggio
un bel viaggio di nostalgia
e di malinconia
a meno che tu
attenzione
non la ami ancora
se la ami ancora no
se la ami ancora
in tutta onestà
è un’esperienza di merda.

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Adelaide

Adelaide, figuratevi
credeva nell’amicizia tra uomo e donna
ci credeva davvero.
Quando tentai di darle un bacio
Adelaide lo schivò con destrezza e mi disse no
no?
no
ma, no no?
sì, no no.
Adelaide, siccome per me il no è sacro, non insistei.
Le dissi, peccato però.
Scriveva piccole bellissime poesie, Adelaide
e non le mostrava a nessuno.
Quando le dissi, mostrale
mi chiese, e perché mai dovrei?
Non avevo una risposta.
Adelaide stava bene coi capelli corti
mangiava tanto e non ingrassava.
Come fai? le chiesi.
Brucio.
Adelaide non guardava i film di paura
perché le facevano paura.
E poi non dormo, diceva.
L’avrei volentieri accompagnata prima, durante e dopo
ma non ci fu modo.
Forse non fui capace.
Adelaide mi diceva sempre, io e te saremmo meravigliosi amici.
Io sorridevo e le dicevo, appena mi scende questa voglia di baciarti.
Adelaide, figuratevi
credeva nell’amicizia tra uomo e donna
e ci credeva davvero.

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La straniera arrivata dalle nubi

Mi piaceva il nome Adelaide
le avrebbe donato.
Non parlava la mia lingua
né io la sua.
Arrivava dalle nubi.
Non parlava la mia lingua ma
giocammo assieme.
Conoscevamo il gioco e ci piaceva.
Non avevo molto da insegnarle
ma la consumai di sguardi.
Se ne accorse
e credo le piacesse.
Lei mi insegnò che non c’è bisogno
di dire tutto e subito.
Mi insegnò ad ammettere la tristezza.
D’altra parte arrivava dalle nubi.
Qualcosa non quadra in questa storia.
Ma ho bevuto, è notte
e non ho davvero idea di come si chiamasse.

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Homo homini lupus

Ma se l’uomo è un lupo per l’uomo, pensavo
a chi toccherà fare il cacciatore?
E cappuccetto rosso?
Certo, capitàno, anche la nonna.
Sì, ho bevuto, e mi sembra che anche lei non si sia tirato indietro.
Come si fa d’altronde a non bere prima dell’assalto?
Lei ci ha provato mai da lucido?
Io una volta.
Pessima esperienza.
Esperienza pessima guardare negli occhi i nemici ed intuire l’odio, l’imbarazzo, la noia, la paura, la disperazione, la voglia di essere altrove.
Be’ capitàno no, in amore ho smesso.
No, non ha capito capitàno, non ho smesso l’amore, ho smesso di berci su, che poi, – lo sa come funzionano ‘ste cose – s’invecchia e l’amichetto lì sotto fa fatica, rimane morbido.
A lei non succede capitàno, lo so, lei è uomo tutto di un pezzo.
Un attimo.
Ascolti.
Riesce a sentirla?
Questa è la carica capitano.
Dopo di lei.
Non sia mai.
E in bocca al lupo.

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Carote

Non c’è quasi nulla
che mi rilassi tanto
come il lessar carote
un pomeriggio
naufrago
nel bel mezzo dell’agosto
concentrandomi
sul borbottio dell’acqua
ascoltando le voci dei matti
lasciati liberi
di scorrazzare per le strade
sotto il sole
chissà se ci va il sale.

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Francesca

Fumava molto
glielo feci notare
e lei mi azzittì con un sono in piena sindrome premestruale è ferragosto e quello stronzo mi ha appena mollata, secondo te cosa dovrei fare?
Poi se ne accese una.

Dove diavolo son finite le zanzare?
chiesi, più a me stesso che a lei.
Sterminate, le hanno sterminate.

Aveva un vestito che le donava
e con il quale
avrebbe potuto camminarci di notte su una statale
senza pericolo di essere investita.

Perché io e te non abbiamo mai scopato?
Le chiesi.
Hai voglia di scoparmi?
No.
Neanche io, ecco perché.

Era una sera di mezza estate
il fiume era verde
il cielo nero
tutto sommato stavamo bene
e i suoi capelli avevano un colore davvero assurdo.

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Domenica, 14 di agosto

Domenica, 14 di agosto
madre di tutte le domeniche di merda
non riuscirai ad avermi che intanto già m’hai.
Che intanto le cerbiatte del salto triplo
mi lasciano a bocca aperta di meraviglia
che intanto la città è così bella e vuota
senza le persone
che intanto ascolto la nostra canzone
che intanto nascono come i funghi
nuovi poeti senza bisogno di pioggia
di sottobosco umido e penombra
che intanto gli stabilimenti balneari
sfiorano il sold out
un modo come un altro
per andare
a farsi comandare.

Domenica, 14 di agosto
madre di tutte le domeniche di merda
sorella di Madama Solitudine
intima amica della Signorina Noia
che dirti se non
che t’aspetto bramoso
anno dopo anno dopo anno
e fin che tu sei
vuol dire che io sono
e quand’anche arrivasse la fine
sarà lieta
o forse no
il che è lo stesso.

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Noi che giochiamo

Facciamo a testa o croce
facciamo
che
se viene testa
vuol dire che basta
ci lasciamo e ti amo no scusa
scusa davvero
se viene croce ci lasciamo
sì se viene croce la finiamo
ma ti amo ma non scherziamo
facciamo
che non ci sta croce
né testa che tenga
diciamo
la verità
tutta la verità
tutt’altro che la verità
minchia se sei bella
smettiamo
subito adesso
questo gioco al massacro
noi che giochiamo
al gioco più antico del mondo
noi che giochiamo al girotondo
giochiamo al nascondino
io
adesso chiuderò gli occhi
tu
conterai fino a mille
e se
e sottolineo se
quando li riapro
sarai ancora qui
davanti a me
ti porterò in gita
mi porterai a ballare
ci porteremo il più lontano possibile
da questa piccola strana confusa guerra.

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Ammesso e non concesso

Non mi capacitavo del fatto
che non piangesse mai.
Mi domandavo, ed anzi, una volta glielo chiesi
“ma dove vanno a finire tutte le lacrime che non piangi?”
lei mi sorrise con quel suo sorriso lì
quel suo sorriso solo suo
e disse: “sai che non lo so?”.
Mentiva.

Lo capii solo col tempo
fu come un’illuminazione: evaporavano
le sue lacrime evaporavano via dagl’ occhi.
Ecco cos’era.

Insomma, piangeva come tutti
solo che salivano
al posto di scendere
probabilmente si univano alle nuvole.
Ma di questo non ho certezza.

Insomma, e qui concludo
non è vero
che non l’ho vista piangere mai
semplicemente non me ne accorgevo.
Una cosa piuttosto imperdonabile
suppongo siate d’accordo con me.
Ammesso e non concesso
che siate in grado di capire.

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Furti

- Mi hai rubato il sonno
– E tu mi hai rubato il cuore

– E tu gli occhi mi hai rubato
– Tu le labbra

– Tu mi hai rubato le mani
– Non ho più braccia, me le hai rubate tu

– Infatti non m’abbracci più
– Infatti

– Mi hai rubato i sogni
– E tu gli incubi

– E non sei contenta?
– In effetti sì

– Son difficilissimi da rivendere al mercato nero
– Lo immagino

– Scusa, di cosa stiamo parlando?
– Non so, suppongo d’amore

– Mi hanno rubato la bicicletta
– Io non c’entro

– Tu c’entri, sei sempre c’entrata e temo c’entrerai ancora per un bel pezzo
– Ma la bicicletta?

– Quella no, ce l’ho messa solo perché mi faceva ridere

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Nelle notti di Santo Lorenzo

Un abbraccio non fu sufficiente
ci sarebbe voluta, credo, una fiocina
d’altra parte io non ero un tonno
e tu non eri un pescatore.

Eri piuttosto
quel tipo di ragazza un po’ speciale
buona per farci una canzone
quel tipo di ragazza da malinconia
quel tipo che sorride ma non guarda
se capisci a cosa mi riferisco.

Dal canto mio, io
ero quel tipo di uomo
che nelle notti di Santo Lorenzo
si trova spesso nel posto sbagliato
quasi sempre solo e sotto
un cielo solcato
da nuvole spiritose e dispettose.

Ho espresso comunque
– non lo nego –
centinaia di desideri
– e non ci crederai –
si sono avverati tutti.
Tranne uno
quello importante
temo.

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Ansia da prestazione

- Ti va di uscire con me?
– Sì

– Fico, mi concederesti tre appuntamenti?
– Tre, da subito?

– Sì, da subito tre
– Perché tre?

– Serve a vincere l’ansia da prestazione
– Metodo interessante

– Sì, l’ho brevettato
– E se non mi piaci da subito?

– Questa opzione non è considerata
– Sembri molto sicuro di te

– No, è più disperazione

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Bollino Nero

Agosto
domenica
esodo
bollino nero
aumento percentuale di vacanzieri felici
albergatori soddisfatti
cielo terso
città vuota e silenziosa
ti penso, in mutande
io, in mutande, tu fa come vuoi
Neil Diamond canta Solitary Man
e ieri sera ho fumato una sigaretta
di nascosto
di nascosto da me stesso, dato che ero solo
ho fame
frigo vuoto
testa pesante
occhi asciutti
ed è subito Findus.

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Ok, tengo aperte le finestre

Decidessi di mandarmi mai
un piccolo presente
via piccione viaggiatore
ok, tengo aperte finestre
però
mi raccomando
se fosse frutta
– la gradirei –
che il piccione sia ben sazio al decollo
e occhio al peso
che il viaggio è lungo
abbiamo almeno un oceano
sette catene montuose
e tredici galassie
a dividere
le punte dei nostri nasi.

Il gatto è avvertito
si comporterà come si conviene
anche se oggi
– ti confesso –
mi ha confidato
che preferirebbe
tu venissi di persona.

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Ma che strano mondo questo

Ieri sera, poi
stavo per spegnere una sigaretta su un cane
per errore, mica apposta.
Per fortuna poi no.
Gli ho chiesto comunque scusa
lui mi ha guardato con quegli occhi
quegli occhi che solo i cani
quegli occhi che sembrava fosse lui
a doversi scusare
per essersi trovato nel posto sbagliato
al momento sbagliato.
Sulla traiettoria, diciamo.

Poi è arrivata una tipa
che mi ha raccontato che una volta
un libraio le ha detto, riferendosi a me:
“Questo non è un poeta, è un rapper di merda”.
Lei c’è rimasta male.
E io dovrei iniziare a tatuarmi, ho pensato.
Mi son chiesto, anche, ma esisteranno rapper con la barba
e soprattutto per il libraio in questione
tutti i rapper son di merda o solamente io?

Ma che strano mondo questo
dove c’è gente
che si sente in dovere di dirti
cosa sei
cosa non sei
cosa devi essere
cosa vorrebbe tu fossi
cosa va bene
cosa non va bene tu sia.

Poi sono salito sul palco
davanti a me c’erano centinaia di persone
davvero tante
mi guardavano
aspettavano qualcosa da me
sembravano contente
io ero contento
potevo essere quel cazzo che volevo
un poeta, un rapper di merda
un nano da circo, un trapezista
poi il cane mi ha sorriso
e ho iniziato.

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La lunga stagione dei cazzi amari

L’amore è un’anima sola
che vive in due corpi
diceva il vecchio Aristotele.
Bella.

Poi, quando l’amore finisce
ti ritrovi con una mezz’anima sanguinante
un’anima squartata in due, agonizzante
e allora lì sì
che inizia
la lunga stagione dei cazzi amari.

Questa non è di Aristotele
è di Aldo, il mio elettrauto
che in ‘sto periodo
non è che se la passi benissimo.

Per quanto mi riguarda
sono anni che affermo
che l’amore sia una gigantesca trovata pubblicitaria
di quei bastardi
della divisione marketing della Coca Cola.

E comunque
io sono fortunato al gioco.

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Ieri notte qualcuno mi ha detto

C’è un salice piangente
in mezzo al parcheggio di cemento
no, non è una metafora
lo vedo
seduto sulla panca di ferro, io
lui, piantato in mezzo alle auto
parcheggiate in buon ordine.
Posto che sia davvero un salice piangente.
Ci assomiglia.

A cento metri un gruppo di persone
nello spiazzo davanti alla piccola chiesa.
Un tizio porta un’enorme corona di fiori.
Arancioni.
Temo sia morto qualcuno
anche se la gente non sembra vestita a lutto.
Non pare neanche particolarmente affranta.
Niente carro funebre, comunque.
Meglio così.

Osservo e penso
penso sia meglio sentirsi soli da soli
che sentirsi soli in compagnia di qualcuno.
Non intendo soli tra la gente.
Penso a due persone
magari un uomo e una donna
in una stanza
una strada
magari un bosco
un cinema
una cucina
un treno
una città
un mondo.
Allora lì, mi dico
allora lì, tanto vale che ti prendi un cane
che, siam d’accordo, non ti farà dei gran discorsi
ma almeno s’affeziona.

Tra poco non sarò più al riparo dal sole
dovrò cambiare panca
la gente sta entrando in chiesa
il morto non si è fatto vivo.

Ieri notte qualcuno mi ha detto
“nessuno guarderà le tue scarpe se non dici la cosa giusta”
o almeno mi sembra che qualcuno me l’abbia detto
forse l’ho sognato
non ho idea di cosa cazzo voglia dire
ma suona bene
e mi sembra una discreta chiusa per questa cosa che ho scritto.

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Breve dialogo estivo

- senti, ma un bacio a labbra salate?
– scordatelo
– un fuoco?
– no
– almeno quattro risate? quattro risate non le si negano a nessuno
– la vuoi smettere?
– dunque suppongo che stasera di fare l’amore giù al faro non se ne parli proprio?
– bravo, e adesso sparisci

Fine

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Tu?

E dopo la pioggia
cade ghiaccio dal cielo
e corri cerchi rifugio dentro un portone
ridi fradicia i capelli appiccicati alla fronte e il vestito
corto alle ginocchia ma che meraviglia.
Dovrei avvicinarmi con un ombrello
chiederti, vuoi un passaggio?
Probabilmente hai un appuntamento amoroso.
Be’, in caso contrario
avrei voglia di cinese
tu?

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Tutto quello che non ti ho detto (Comunque questa notte)

Tutto quello che non ti ho detto
non te l’ho detto
perché non lo sapevo
mica che non lo volevo.
È che sono un maleducato sentimentale
un ignorante passionale
un pluriripetente emozionale
e sono pure un tappo.
Ok,
il fatto che
“Quello che non ti ho detto”
sia il titolo del secondo album dei Modà
non migliora certo le cose.
Ma d’altra parte le cose vanno a rotoli
anche senza il nostro aiuto.
Comunque
questa notte
ho fatto un bel sogno triste
bello e triste
non starò certo qui a raccontarlo
non c’è nulla di più noioso
di coloro che ti raccontano i propri sogni.
Di peggio, solo i battutisti, i barzellettari e i poeti da fiera.
Tu fai eccezione
sì che la fai
che quando me li raccontavi, i sogni
era come star seduto in un cinema all’aperto
nella notte d’estate
con la brezza che ti carezza la barba
o forse eri tu
le tue mani
e le immagini in bianco e nero
che scorrono silenziose
e quanto speravo di esserci io
in quelle storie
e qualche volta
– un piccolo miracolo, signori –
accadeva.

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Dice il dottore

Avrei bisogno di un po’ di riposo, dice il dottore.
Ne avrei bisogno in effetti, hai ragione doc
e anche tu
anche tu ne avresti.
E avremmo bisogno
di un po’ di gatti
qualche pillola colorata
un po’ di pace
una bici nuova
probabilmente baci
un bunker antiatomico
avremmo bisogno di qualcuno
di qualcuna
che domani pensi a noi nella battaglia
e avremmo bisogno di un po’ di aria pulita
di penombra
un po’ di vino bianco fresco
avremmo bisogno di un po’ di carezze
magari di fare un po’all’amore
avremmo bisogno
che qualcuno abbassi l’aria condizionata
e avremmo senz’altro bisogno di un po’ di silenzio
un po’ di buona poesia
e un po’ di buona musica
di lenzuola pulite
e un nuovo cuscino
a avremmo bisogno
che lei la smettesse di guardare
di nascosto in continuazione
quel cazzo di telefono
mentre siamo a pranzo assieme.
Di cos’altro, doc?
Un po’ di gentilezza, certo
un paio di pantaloni nuovi
– non trovi che in giro
ci sia un’incredibile mancanza di eleganza? –
e che venga presto settembre.

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Una storia un po’ triste

Avvenne che il postino consegnasse
all’indirizzo errato
la lettera in cui lui
le scriveva il giorno, l’ora
il luogo del loro appuntamento
e il numero di baci
che le avrebbe dato.
Lei non seppe mai.
Lui aspettò molto.
Tipo tutta la vita.
Davvero molto.
In effetti una storia un po’ triste
anzi tristissima
ma andava raccontata.

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Un amore così

Un amore così non esiste
a meno che tu non creda
ai draghi
ai maghi
agli elfi
a meno che tu non creda
ai demoni, guarda che un amore così
non esiste.
Un amore così esiste
sì, esiste come esistono le fate
e le foreste incantate
le astronavi che viaggiano
alla velocità della luce
come se adesso
tu ti buttassi dalla finestra
e rimanessi a galleggiare
tra il quinto e il quarto.
Un amore così
è come se gli americani
domattina
abolissero la pena di morte
in tutti gli stati
e i soldati di tutte le guerre
presenti, future e passate
consegnassero le armi
mandando a fare i culo
i generali
i colonnelli
e pure le mogli dei colonnelli.
Un amore così
è come le orme nella neve
che finiscono nel pozzo
di quella foto
che non avevo capito un cazzo
non andavano verso il pozzo
ne venivano
e non era manco un pozzo.
No, se ti riferisci a quella mia poesia
anche lì
credimi
un amore così non esiste
vedimi
come il vecchio Salgari
il vecchio disperato Emilio
che parlava di tigri e pirati
senza saperne un cazzo.

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